Grazia Badino

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La formazione di Monica Ferrando si è svolta a Torino, dove ha frequentato contemporaneamente la scuola libera del nudo e l’università, laureandosi con Gianni Vattimo con la tesi:”La grazia come categoria estetica”, un tema che rimane ancor oggi fondamentale nella sua arte e riflessione. Negli anni Ottanta conosce Ruggero Savinio – un incontro decisivo più per scambio intellettuale che per esteriore suggestione formale-, studia l’arte e la filosofia cinese grazie a una borsa di studio a Berlino, si trasferisce a Montepulciano e frequenta Elémire Zolla. Nel 1994 si stabilisce a Vetralia (Viterbo), riscoprendo nel paesaggio laziale quel riflesso di assoluto che Poussin vi aveva colto quattrocento anni prima, e ne fa uno dei motivi principali della sua opera pittorica.

I paesaggi della Ferrando sono, soprattutto nel periodo di questo autoritratto, immersi in una vibrazione luminosa, quasi come visti attraverso una lacrima, è una pittura “graffiata di pioggia”, come lei stessa ha scritto per l’opera di un altro artista. Nella sua pittura ci sono echi del mito, di Poussin, del romanticismo ottocentesco: l’imitazione, da lei teorizzata come via di libertà sulla scorta della pittura tradizionale cinese, la porta a dipingere paesaggi in cui l’interiorità si aggiunge o per meglio dire si fonde, alla natura, e le fa attingere un’originalità che è “il frutto che può maturare coltivando con amore la pianta dell’imitazione”. E’  la scelta della rinuncia al proprio io,”di abbandono ad altro”, come nell’Annunciazione, un tema che Monica ha molto meditato, che allude alla “condizione di attesa, di apertura incondizionata e di accettazione”. L’autoritratto degli Uffizi, intenso anche senza una vera fisionomia, che sembra nascosta più che rivelata dietro al rosso delle labbra e del pallore del viso, è graffiato da un tratteggio vermicolare che lo rende morbido, fuso, va inteso a confronto con  il resto dell’opera della Ferrando, e certamente in futuro questo dipinto ci parlerà sempre più di lei.