Cinzia Virnio

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Artista, filosofa e saggista, Monica Ferrando nasce nel 1958 a Novi Ligure (Alessandria). Frequenta il liceo classico, al termine del quale si iscrive, a Torino, alla facoltà di Filosofia. Contemporaneamente frequenta la Scuola libera del nudo presso l’Accademia Albertina. Nel triennio 1975-78 disegna per la rivista “The Bight”.

Si laurea nel 1983 con Gianni Vattimo, discutendo la tesi “La grazia come categoria estetica”. Nella città piemontese si lega d’amicizia con i pittori Paolo Marinucci e Albino Galvano e con il filosofo Gianni Carchia.

In questo periodo la ricerca pittorica della Ferrando può essere definita, a tutti gli effetti, “antinaturalistica”. Le due opere sono costantemente ambientate all’interno di spazi chiusi costruiti geometricamente. Vi si nota la totale assenza del verde e del nero, così frequenti nella pittura successiva in relazione al suo aprirsi all’esperienza della natura. L’artista, in questa sua fase, è palesemente affascinata dalla simmetria, dai toni chiari, dal rigore della pittura pierfrancescana.

A metà degli anni Ottanta conosce Ruggero Savinio. Subito dopo (1986) ottiene una borsa di studio, della durata di due anni, presso la Technischen Universitat di Berlino per approfondire i suoi studi di estetica sul concetto di “grazia”.

In Germania trova e studia un testo dell’antica Cina, il Chieh Tzu Yan Hua Chuan (1679-1701), che l’avvicina alla conoscenza della tecnica pittorica e dell’estetica cinesi.

Questa esperienza unita all’impatto con la pittura di Savinio, segna profondamente la concezione artistica della Ferrando e crea una netta cesura con i lavori precedenti. Cominciano i quotidiani esercizi alla maniera cinese, con l’inchiostro zumi per liberare il polso e “impadronirsi” della mano.

L’artista sperimenta, come i pittori estremo-orientali, l’emozione della continuità tra l’energia percepita attraverso il paesaggio e quella trasferita sulla tela. La sua pittura si fa vibrante. L’opera nasce a poco a poco, costruita mischiando diversi materiali, quasi fosse un processo alchilico. L’abbozzo è sempre a inchiostro; a questo si sovrappongono olio, tempera all’uovo, a volte oro e sabbia del lago di Bolsena. Spariscono la simmetria, le scansioni geometriche, i colori prevalentemente chiari. Compaiono il verde e il nero, che ora l’artista sente intimamente correlati come espressione di quella natura mitica che inizia a prendere il sopravvento. L’interesse per la pittura cinese viene incrementato quando, al rientro dalla Germania, si trasferisce a Montepulciano e conosce Elemine Zolla, noto, fra l’altro, per la sua apertura al mondo orientale.

Unitamente all’arte cinese Monica Ferrando approfondisce lo studio della mitologia greca, che detta il soggetto di molte sue opere, e della pittura del Seicento europeo, di cui esegue innumerevoli schizzi, sempre rigorosamente a inchiostro.

Gli anni Novanta sono per l’artista densi di attività. Trascorre inizialmente un periodo di studio presso l’artista tedesco Frank Badur e tiene, nel 1991, la prima mostra personale. dal titolo “Kore”, nella Casa del Rigoletto a Mantova, presentata in catalogo da Ruggero Savinio. Qui compaiono opere di particolare interesse. tutte figure, tra cui la Kore del 1990, un olio misto a sabbia su tela, dai contorni evanescenti, che riesuma il fascino di un affresco pompeiano.

L’anno successivo la Galleria Montepulcianoarte ospita le sue opere in una mostra personale. Vi compaiono Kore di Camprena e Ciliegio di Camprena.

Parallelamente alla pittura a olio o a tecnica mista su tela, l’artista incrementa l’uso del pastello, che utilizza quasi sempre su impalpabili fogli di carta carbone. Nonostante la sottigliezza dei supporti, queste opere risultano saldamente costruite attraverso una spessa tessitura di colore che conferisce loro l’aspetto di un velluto.

Sono di questo periodo Interno di atelier e Kore alla luce (tavv. 1 e 2), opere nelle quali è ormai definitivamente presente quell’intimismo che divine nel tempo sempre più costante del suo percorso, sia nelle vedute d’interni che nel paesaggio.

Nel 1993, sulla rivista “Arte Estetica”, viene pubblicata una sua opera, un olio in bianco e nero: la Kore di Sovana. Il trasferimento a Vetralla, nel 1994, è occasione di approfondimento di quello stretto legame ormai instaurato con la visione mitico-arcadica della natura. Nascono  opere come Patmos (tav. 3), un pastello carico di valenze simboliche e totalmente privo della presenza umana, il cui titolo non fa che sottolineare l’aspetto di pura visione, comune a molte opere della Ferrando;  o Campo di girasoli (tav. 4), dove la donna, seduta in primo piano, sembra dialogare con la natura incarnata della suggestiva massa di fiori gialli.

Nel 1996 su “Controtempo” viene pubblicata l’illustrazione di un suo dipinto a tecnica mista, Versus, con i commento di Mario Luzi.

Di quell’anno è pure Il ritorno di Kore (tav.7), una delle sue opere più suggestive, incentrata sul rapporto figura-natura. Il soggetto fa esplicito riferimento ai misteri Eleusini maggiori, per iquali il ritorno periodico di Kore coincide con l’inizio dell’autunno, quando la natura, dopo la siccità, si riappropria dei suoi colori.

Nell’opera a oli osu tela, kore si affaccia all’apertura, perfettamente centrata, di una roccia, mentre, seminascosta in primo piano, è una figura maschile ignuda, forse Ade, intento a osservarla.

La natura, più che mai rigogliosa, ha qui lo scopo di “incorniciare” l’evento principale e sembra sottomettersi al gesto trionfante di Kore. Nel 1997 Monica Ferrando inizia la sua collaborazione con i periodico “Controtempo”, per il quale cura la rubrica “le forme dell’arte”.

Nel 1998 si reca in Germania su invito del museo della città di Gelsenkirchen per l’attuazione del progetto “Atelier aperto”, della durata d quattro settimane, al termine del quale presenta la mostra ” Die Suche mach Arkadien” (Alla ricerca dell’Arcadia). Risalgono a questo momento, tra le altre opere, Sera a Schoss Berge, (tav. 15), il pastello La Rurh vista dal tetraedro (tav. 14) e Mimosa (tav. 18).

Nel 1999 partecipa alla mostra collettiva intitolata ” Elogio del pastello”, presso la Galleria Comunale d’arte di Conegliano. Qui espone Interno di atelier (tav. 5), La fonte, Autoritratto (tav. 13). Partecipa pure alla “Oraziana 99”, che si tiene presso il Museo Oraziano di licenza (Roma). Per questa mostra realizza untrittico composto di tre grandi tele, intitolato Giardini di Orazio e ispirato ai Carmi e agli Epodi orazioni (tav. 21). Ancora ariosi paesaggi arcadici, giocati tutti su sapienti contrasti di luce- ombra, il formato dei quali, ostentatamente allungato, sembra ancora una volta richiamare la pittura cinese dei rotoli verticali.